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About Denis Coppiello
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La leggenda racconta che Teodorico, poco prima della sua morte, ebbe un incubo. Sognò di essere trascinato all’inferno da un cavallo nero, guidato da un uomo vestito di scuro. Quando si svegliò, rimase profondamente turbato e ordinò che il suo mausoleo fosse costruito come una fortezza, convinto che nessuna forza avrebbe potuto raggiungerlo lì.
Ma il destino, si dice, aveva già deciso diversamente.
Un giorno, mentre il re si trovava a cavallo, gli apparve un cavallo nero identico a quello visto nel sogno. L’animale si imbizzarrì, disarcionò Teodorico e lo trascinò via. Alcune versioni raccontano che venne portato direttamente nelle fiamme dell’Etna, considerato nell’immaginario medievale una delle porte dell’inferno; altre dicono che fu il demonio in persona a reclamarne l’anima.
Da allora, il Mausoleo sarebbe rimasto vuoto. Del corpo di Teodorico, infatti, non è mai stata trovata alcuna traccia. C’è chi sostiene che la sua tomba sia stata profanata secoli dopo, chi invece preferisce credere che il re non vi abbia mai riposato davvero.
È solo una leggenda, certo. Eppure, quando si arriva nei pressi di quel silenzioso edificio di pietra e si alza lo sguardo verso l’immensa cupola, è facile capire perché questa storia continui a essere raccontata dopo quasi millecinquecento anni. Perché l’uomo costruisce i monumenti. Ma sono le leggende, poi, a renderli immortali.
L’idea fu di Giuseppe Cipriani, il fondatore dell’Harry’s Bar. Nel 1956 acquistò un terreno alla Giudecca con un obiettivo preciso: creare un hotel vicino a Piazza San Marco, ma lontano dalla confusione. Due anni dopo apriva il Cipriani, destinato a diventare uno degli alberghi più celebri della città.
Nel corso degli anni ha accolto ospiti come Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Catherine Deneuve, George Clooney, Woody Allen e la principessa Diana. Ma il suo fascino non è mai dipeso soltanto dai nomi che hanno attraversato la sua hall.
Passeggiando tra i suoi Giardini Casanova, una rarità a Venezia, si incontrano alberi secolari, pergolati e persino uno dei pochi vigneti ancora presenti in laguna, dove viene coltivata l’antica uva Dorona. Poco più in là si trova la celebre piscina di acqua di mare. La sua dimensione è il risultato di un curioso errore di progettazione: durante i lavori qualcuno confuse piedi e metri. Invece di rifarla, decisero di lasciarla così, trasformandola in quella che ancora oggi è l’unica piscina olimpionica del centro storico di Venezia.
E poi c’è il Bar Gabbiano. Affacciato accanto alla piscina, è uno degli angoli più tranquilli dell’hotel. I tavolini all’aperto guardano verso la laguna, mentre sullo sfondo si distinguono il profilo di San Marco e il continuo passaggio delle imbarcazioni. Al calare del sole l’atmosfera cambia ancora, tra musica dal vivo e il riflesso della luce sull’acqua.
Forse è proprio questo il segreto dell’Hotel Cipriani. Bastano pochi minuti di navigazione per ritrovarsi in un luogo che, da quasi settant’anni, continua ad osservare la città da una posizione privilegiata.
Alle spalle della Basilica di San Giorgio si nasconde uno dei luoghi più insoliti della città: il Labirinto Borges, inaugurato nel 2011 dalla Fondazione Giorgio Cini per ricordare i venticinque anni dalla morte di Jorge Luis Borges. Il progetto è dell’architetto inglese Randoll Coate, tra i maggiori progettisti di labirinti del Novecento, e nasce da un’idea condivisa con Maria Kodama, vedova dello scrittore.
A prima vista sembra un semplice giardino di bosso. In realtà è un enorme omaggio a Borges: oltre tremila siepi disegnano un libro aperto e, osservandolo dall’alto, compaiono simboli legati alla sua vita e alle sue opere.
Il progetto si ispira infatti al suo celebre racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, dove il labirinto diventa una metafora del tempo e delle infinite possibilità della vita.
La Fondazione Giorgio Cini, nata nel 1951 per volontà di Vittorio Cini in memoria del figlio Giorgio, ha restituito all’antico monastero benedettino una nuova vita come centro internazionale di ricerca, arte e cultura. custodisce infatti una delle più importanti biblioteche di ricerca d’Italia, con oltre 300.000 volumi, ospitati anche nella spettacolare Manica Lunga, l’antico dormitorio dei monaci trasformato in una biblioteca dal fascino unico.
Ma la Fondazione conserva anche un altro capolavoro. Nel grande refettorio progettato, da Andrea Palladio, si trovavano le monumentali Nozze di Cana di Paolo Caliari, dipinte proprio per questo ambiente nel 1563. L’opera fu requisita da Napoleone nel 1797 e oggi è al Louvre, ma nel refettorio è possibile ammirarne uno straordinario facsimile, realizzato con tecnologie digitali e ricollocato esattamente nel punto per cui era stato concepito. Vederlo qui permette di capire il dialogo perfetto tra architettura e pittura, così come l’aveva immaginato il Veronese oltre quattro secoli fa.
Mi trovo a Palazzo Moroni, una delle dimore storiche più affascinanti della città, dove ancora oggi si possono attraversare gli ambienti originali, ammirare una preziosa collezione d’arte e passeggiare in uno dei più grandi giardini privati della città.
Acquistato dai Moroni nel Seicento, il palazzo conserva ancora oggi l’impianto originario: le sale del piano nobile con gli affreschi, gli arredi, gli oggetti della vita quotidiana e la quadreria di famiglia, nata per raccontare il prestigio e gli interessi culturali dei suoi proprietari.
Tra le opere più importanti spiccano quelle di Giovanni Battista Moroni, il grande pittore nato ad Albino nel Cinquecento. La collezione custodisce capolavori come il Ritratto di Isotta Brembati, il Ritratto di signora anziana e il celebre Cavaliere in rosa, arrivati nella raccolta nell’Ottocento grazie a Pietro Moroni.
Proprio Pietro Moroni fu una delle figure più importanti della Bergamo dell’Ottocento: podestà della città per cinque mandati consecutivi, ma soprattutto uomo di cultura, appassionato di arte, storia e numismatica. Alla sua attività di collezionista si deve anche la valorizzazione della pittura di paesaggio bergamasca, con opere di artisti come Marco Gozzi, Pietro Ronzoni e Luigi De Leidi.
Oltre alle sale e ai dipinti, Palazzo Moroni custodisce uno splendido giardino storico. Terrazzamenti panoramici, alberi, orti e oltre due ettari di verde che si estendono ai piedi della Rocca civica, il più grande parco storico privato di Città Alta.
Nel 2008 il conte Antonio Moroni affidò il palazzo alla “Fondazione Museo di Palazzo Moroni” per conservarne l’identità e tramandarne la storia, mentre dal 2019 il FAI ne cura il restauro e la valorizzazione. Un palazzo dove l’arte non è mai stata separata dalla vita quotidiana, ma ha accompagnato per secoli chi queste stanze le ha davvero abitate.
È proprio questa la vista che mi ha accolto all’Hotel Excelsior San Marco, affacciato su Piazzale della Repubblica, proprio ai piedi della funicolare che conduce nel cuore di Città Alta. Una posizione davvero invidiabile: in pochi minuti si raggiungono il Teatro Donizetti, le vie dello shopping e, salendo, il centro storico con le sue mura veneziane patrimonio UNESCO.
L’hotel è uno dei grandi classici dell’ospitalità bergamasca. Da oltre un secolo accoglie viaggiatori nel cuore della città e oggi unisce la sua storia a camere eleganti e confortevoli, spazi luminosi e un’accoglienza che ti fa sentire subito a tuo agio.
Un altro punto di forza è il ristorante panoramico all’ultimo piano, da cui lo sguardo abbraccia Bergamo Alta e le colline che la circondano. Un luogo perfetto per una cena o anche solo per fermarsi qualche minuto, ad ammirare il panorama.
Un hotel che si fa apprezzare, e che rende ancora più piacevole il soggiorno in città. Perché quando la posizione è quella giusta, ogni dettaglio è curato e la vista ti sorprende ogni volta che rientri, anche l’hospitality diventa parte del viaggio.
È l’ex Oratorio di San Lupo, uno spazio dalla storia particolare: nato come luogo legato alla devozione e alla memoria dei defunti, fu per lungo tempo anche area cimiteriale della vicina chiesa di Sant’Alessandro della Croce. Nel Settecento venne ricostruito su progetto di Ferdinando Caccia, trasformandosi in un edificio sorprendente, con una facciata neoclassica che non lascia intuire la meraviglia nascosta all’interno.
Superata la piccola entrata, ci si trova davanti a un ambiente quasi teatrale: una navata slanciata, due ordini di loggiati, affreschi settecenteschi e un’atmosfera sospesa, ancora segnata dalla sua antica funzione funeraria. Una lapide con la scritta “Et expecto resurrectionem mortuorum” ricorda il legame profondo di questo luogo con il tema della morte e della rinascita.
Oggi questo luogo ha una nuova vita grazie alla Fondazione Adriano Bernareggi, che lo ha trasformato in uno spazio dedicato all’arte contemporanea, capace di mettere in dialogo architetture antiche e opere di artisti contemporanei.
Proprio qui è stata ospitata anche “Bones” di Maurizio Cattelan, un’aquila abbattuta scolpita in marmo statuario di Carrara con le ali ancora aperte e il corpo disteso a terra. Da sempre simbolo di dominio, forza e potere, l’aquila viene qui privata del suo slancio e riportata alla terra.
L’opera nasce anche dal confronto con la storia di un’aquila realizzata negli anni Trenta dallo scultore Giannino Castiglioni per la Dalmine e successivamente trasferita in Val Seriana, dove aveva perso il legame originario con il regime per diventare un simbolo della montagna e della libertà.
Nel silenzio dell’ex Oratorio di San Lupo, un luogo da sempre sospeso tra memoria, morte e rinascita, l’aquila di Cattelan ha trovato una collocazione quasi naturale: non più un emblema di potere, ma una riflessione sulla caducità delle ambizioni umane e sul tempo che trasforma ogni cosa.
Villa Girasole venne ideata dall’ingegner Angelo Invernizzi come residenza di villeggiatura per la sua famiglia e costruita tra il 1929 e il 1935. Progettata in stile razionalista, nacque da un’idea che guardava al futuro: una casa capace di ruotare lentamente su sé stessa per accompagnare il movimento del sole durante la giornata.
Dietro questa scelta non c’era solo il desiderio di stupire. La rotazione permetteva di sfruttare al meglio la luce naturale, riducendo i consumi energetici e garantendo un’esposizione costante al sole, allora considerata un vero e proprio metodo terapeutico. Anche la moglie di Invernizzi, Lina, malata di tisi, avrebbe potuto beneficiare di quella continua ricerca della luce.
La parte abitativa poggiava su una grande piattaforma circolare che scorrevano su rotaie azionate da motori elettrici, permettendo all’intero edificio di compiere una lenta rotazione nell’arco della giornata. La prima avvenne il 14 novembre 1933 e due anni dopo il cinegiornale dell’Istituto Luce presentò l’opera in tutta Italia definendola un originale progetto italiano di casa girevole, suscitando grande curiosità.
Per molti anni la famiglia Invernizzi la utilizzò come dimora estiva, prima di trasferirvisi definitivamente. Negli anni Duemila, però, l’erosione del terreno ha compromesso il sistema di scorrimento, deformando le rotaie e rendendo impossibile il movimento della villa. Dopo essere passata alla Fondazione Cariverona, l’edificio è stato interessato da importanti interventi di restauro, e da qualche mese è stato aperto per visite guidate.
Villa Girasole è senza dubbio uno degli esempi più originali dell’architettura del Novecento, un edificio che quasi cento anni fa parlava già di risparmio energetico, innovazione e dialogo con la natura, temi che oggi sono più attuali che mai.
Sono sull’isola di Tronchetto, il primo punto in cui Venezia si sfiora senza essere ancora davvero dentro Venezia.
Da qui passano autobus, auto, vaporetto. È un nodo di arrivo e partenza, collegato direttamente con la città e con Piazzale Roma in pochi minuti.
L’hotel è nuovo, grande, pensato per essere funzionale oltre che scenografico: camere, lobby, ristorante, palestra, parcheggio sotterraneo. Tutto organizzato intorno a un’idea semplice: muoversi senza complicazioni tra terraferma e laguna.
C’è chi arriva per lavoro, chi per visitare la città, chi solo di passaggio prima di ripartire. Non c’è un unico ritmo, ma tanti piccoli movimenti che si incastrano.
Prima delle calli, dei ponti e dei canali, c’è sempre un momento in cui Venezia ti accoglie in silenzio. È proprio da lì, che inizia il ricordo.
La sua storia inizia nel 1622, quando la famiglia Vendramin lo fece costruire con il nome di Teatro San Luca. Nei primi decenni ospitò soprattutto spettacoli comici, ma nel 1653 un violento incendio lo distrusse quasi completamente. Venne ricostruito sulle strutture rimaste in piedi e, da quel momento, attraversò un continuo alternarsi di successi, rivalità e trasformazioni.
Per anni i Vendramin si contesero il pubblico con la potente famiglia Grimani, proprietaria di altri importanti teatri veneziani. La vera svolta arrivò però nella stagione, quando i Vendramin riuscirono a portare nel loro teatro Carlo Goldoni. Fu qui che il grande commediografo sviluppò la sua riforma del teatro italiano, sostituendo gradualmente le maschere della commedia dell’arte con personaggi più vicini alla vita quotidiana. Molte delle sue opere più celebri nacquero proprio in questo teatro.
Nel corso dell’Ottocento il teatro cambiò nome in Teatro Apollo e fu protagonista di importanti innovazioni. Dopo un grande restauro divenne uno dei primi teatri italiani dotati di illuminazione a gas e con la sala completamente illuminata, una novità straordinaria per l’epoca. Quando nel 1836 un incendio distrusse la Fenice, molti degli spettacoli previsti per il Carnevale furono trasferiti proprio qui.
Il 26 febbraio 1875, un giorno dopo l’anniversario della nascita di Goldoni e con la cerimonia rinviata di ventiquattr’ore a causa di un’eccezionale nevicata, il teatro assunse definitivamente il nome di Teatro Carlo Goldoni.
Anche il Novecento non fu semplice. Dopo la Seconda guerra mondiale l’edificio venne dichiarato inagibile e rimase chiuso per ben trentadue anni. Solo nel 1979, dopo un lungo e complesso restauro, riaprì finalmente le sue porte.
Entrarci oggi significa camminare dentro una storia iniziata nel 1622. Storia che, tra incendi, restauri e cambi di nome, non si è mai davvero interrotta.
Il Gritti Palace nasce nel 1475 come residenza della potente famiglia Pisani. Nel Cinquecento diventa la dimora del doge Andrea Gritti, uno dei protagonisti della rinascita della Repubblica di Venezia dopo la guerra della Lega di Cambrai. È lui a dare il nome al palazzo, che nei secoli successivi passa attraverso diverse trasformazioni fino a diventare, nel 1895, uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Dentro si respira ancora l’atmosfera di un palazzo veneziano. Molti ambienti conservano soffitti decorati, pavimenti in terrazzo alla veneziana, specchi antichi, vetri di Murano e arredi che richiamano il periodo in cui qui abitava l’aristocrazia.
Poi c’è un luogo dell’hotel dove mi fermerei per ore, la terrazza del Bar Longhi. Seduti a pochi metri dall’acqua, si osserva il Canal Grande: le gondole che sfiorano il molo, i taxi d’acqua che attraccano, i vaporetti che attraversano il canale e, di fronte, la grande cupola della Salute che domina il panorama. È una prospettiva privilegiata sulla città, una di quelle che difficilmente si dimenticano.
Anche Ernest Hemingway rimase affascinato da questo luogo. Durante i suoi soggiorni veneziani scelse spesso il Gritti Palace e qui lavorò a “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Nel romanzo scrisse:
“Questo è il Gritti Palace, l’albergo dove ci fermiamo, Jackson. Probabilmente era l’albergo migliore se non si aveva voglia di essere adulati o seccati o snobbati in una città di grandi alberghi, e al colonnello piaceva molto.”
Sapere che queste stanze hanno ospitato un doge, ambasciatori, sovrani e scrittori cambia anche il modo in cui si guarda questo edificio. Da fuori può sembrare uno dei tanti splendidi palazzi sul Canal Grande, ma in realtà è uno dei pochi che da oltre cinquecento anni continua a vivere, restando parte della storia di Venezia e non soltanto del suo paesaggio.
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